

Pavia Pride 2026
OLTRE L’ORIZZONTE
la decima marea
Manifesto Politico
Il primo Pavia Pride nasceva tra le crepe di una società ostile, per trasformare il silenzio in riconoscimento. Una volontà che diventava marea inaspettata, fatta di corpi, voci, desideri e rivendicazioni. Quel primo Pride era un orizzonte politico di conquista e libertà: la comunità LGBTI+ pavese finalmente visibile nelle strade e nelle piazze, mai più nascosta. E con essa, l’immaginazione ostinata di una città libera e capace di accogliere tutte le identità nelle loro molteplici sfumature.
Da allora quella marea è diventata ogni anno realtà in grado di abbracciarci todes: persone lesbiche, gay, bisessuali, trans, intersex, migranti, sieropositive e sierocoinvolte, con o senza disabilità, neurotipiche e neurodivergenti, e chi ancora non ha o non vuole una parola per definirsi. Ma in questo decimo anno sappiamo che nessuna conquista è un porto definitivo. La marea deve continuare a montare contro il dominio culturale della normatività. Vogliamo continuare a essere comunità che protegge da paura e sgomento, che costruisce instancabilmente pratiche collettive di cura. Continuiamo a essere baluardo di lotta e resistenza. E continueremo a essere, nel profondo, antifasciste.
Perché l’orizzonte non è un punto d’arrivo. L’orizzonte è motore dell’azione, tensione verso ciò che ancora manca, capacità di immaginare ciò che ancora non esiste, oltre i confini imposti dalla normatività, dalla violenza e dall’esclusione.
Mentre l’Italia scivola vergognosamente al 36° posto della Rainbow Map europea, vittima di una narrazione istituzionale che brandisce le parole come armi, noi rispondiamo con una resistenza semantica e politica. Non accettiamo che le nostre esistenze vengano ridotte a “propaganda” o “derive ideologiche” da un governo che insegue dogmi anacronistici. Oltre l’orizzonte rivendichiamo una comunicazione che sia visione, una lingua orgogliosamente intersezionale che nomini la nostra pluralità. Perché esistere è, oggi più che mai, un atto di rottura contro quel sistema che vorrebbe noi persone LGBTI+ “decorose” e invisibili, accettabili solo se confinate nel privato.
Siamo le donne lesbiche, bisessuali, trans, queer e intersex che strappano il velo dell’invisibilità per rivendicare una sessualità libera dallo sguardo patriarcale. Nel nostro orizzonte ci immaginiamo libere da stereotipi disumanizzanti e violenze. Siamo gli uomini gay e bisessuali che decostruiscono la mascolinità tossica. Siamo le persone bisessuali e pansessuali che lottano contro l’invisibilizzazione delle nostre identità. Il nostro è un orizzonte transfemminista, dove il corpo cessa di essere un territorio colonizzato per diventare il luogo autodeterminato della nostra irriducibile verità.
E siamo, con forza inesauribile, le persone trans, binarie e non binarie, giovani e adulte, genitrici, studentesse e lavoratrici -per chi di noi un lavoro ce l’ha-, sex workers, native e migranti, sportive, che rivendicano il diritto di esistere. Pretendiamo l’accesso a percorsi affermativi gratuiti e depatologizzati, luoghi di studio e lavoro che rispettino nomi e pronomi. Oggi le nostre vite vengono strumentalizzate come bersaglio politico, raccontate come pericolose devianze da rimuovere invece che come esistenze degne di tutela. Nel nostro orizzonte c’è una società che non decide quali corpi e identità sono legittimi. Chiediamo il superamento di un sistema binario rigido imposto come unica possibilità. E chiediamo di poter prendere parola affinché le narrazioni su di noi non ci riducano a terreno di scontro ideologico.
La nostra marea attraversa i confini imposti dagli Stati e dalla burocrazia. Per molte di noi persone migranti LGBTI+, l’orizzonte non è una metafora, ma una linea di fuoco da attraversare per sopravvivere. Continuiamo a subire discriminazioni sistemiche negli uffici pubblici, nelle questure, nelle prefetture e nei percorsi di regolarizzazione. Spesso ogni contatto con le istituzioni porta con sé il terrore di essere riconsegnate a chi ci vorrebbe cancellare. Denunciamo il razzismo istituzionale che ci trasforma in numeri, la xenofobia che non riconosce le nostre storie e rivendichiamo un mondo senza confini per i nostri corpi.
Chiediamo giustizia qui, nel decimo anniversario di un’apartheid giuridica che ancora ci nega il matrimonio egualitario. E la chiediamo oltre i confini di questa città e di questo Paese, attraverso uno sguardo politico che non si ferma dove finisce la nostra vita quotidiana. Denunciamo l’ipocrisia di un governo che decide con una feroce coerenza chi merita di esistere: criminalizza la gestazione per altri come “reato universale” mentre resta muto di fronte al genocidio del popolo palestinese.
Noi famiglie omogenitoriali chiediamo che lo Stato diventi un porto sicuro che tuteli l* nostr* figl*. I nostri legami sono reali, le nostre famiglie sono reali. Il nostro amore è reale: non ha bisogno del riconoscimento dello Stato per esistere, ma esige quella tutela come diritto. Noi, genitrici e genitori di persone LGBTI+, vorremmo che tutte le famiglie siano un luogo sicuro di ascolto e dialogo. E vorremmo guardare oltre l’orizzonte privato delle mura domestiche senza paura: chiediamo una società accogliente per il futuro de* nostr* figl* e uno Stato che protegga con leggi adeguate contro l’odio e le terapie riparative.
Il futuro che immaginiamo inizia dove crescono le persone. Nei corridoi delle scuole, anche quelle dell’infanzia. Lì esiste l’orizzonte dell’educazione affettiva e sessuale, l’unico capace di crescere le future generazioni libere da bullismo, paure e pregiudizi. Vogliamo che a scuola si parli di consenso, una parola che l’attuale governo usa a sproposito: quando serve davvero, la evita. Vogliamo continuare a raccontare le nostre vite, perché esistiamo e non siamo ideologie che camminano. Vogliamo che nei programmi scolastici si parli di noi, senza invisibilizzarci né negarci. Nel nostro orizzonte c’è anche la carriera alias, perché una giovane persona trans non dovrebbe essere condannata all’infelicità scolastica.
Consenso, scelte consapevoli sulla salute sessuale, piacere e sessualità libera sono le nostre parole d’ordine. Perché i nostri corpi meritano cura. Non come privilegio, ma come diritto costituzionalmente riconosciuto alla salute. Un diritto che non si ferma ai confini, alle frontiere o ai documenti: cure e prevenzione devono essere accessibili a tutte le persone, indipendentemente dalla nazionalità o dallo status migratorio. Nel nostro orizzonte esistono una cura eradicante per l’HIV e un vaccino. Pretendiamo che i governi istituiscano fondi per la ricerca anziché tagliarli, privando di cure e prevenzione milioni di persone e facendo risalire infezioni e morti AIDS-correlate. Vogliamo un mondo finalmente libero da stigma e AIDS. Pratichiamo l’ascolto e la creazione di spazi safer e non giudicanti per persone con HIV, chemsex users e donne trans sex workers. Chiediamo la riforma immediata della legge 135 del 1990, perché ogni ulteriore ritardo è un insulto a noi che viviamo con HIV e al lavoro dei centri community based. Vogliamo avere spazio e tempo per immaginare nuovi orizzonti di cura: vogliamo continuare a fare politica, anche sanitaria, perché il nostro ruolo non è solo supplire alle istituzioni.
E guardiamo lontano, a quell’orizzonte fatto di vecchiaia, laddove un tempo non riuscivamo nemmeno a immaginarci vive o sopravvissute. Rivendichiamo il diritto a invecchiare con dignità, a cure e strutture che riconoscano le nostre identità di persone LGBTI+ anziane, a reti che contrastino la solitudine nell’ultima parte della vita. Scendiamo in strada per chi ancora oggi prova vergogna, non se la sente, ma sa che può contare su una comunità che cresce, matura e invecchia con favolosità.
La marea che inonda le strade di Pavia pensa oltre i confini della specie e desidera una società sempre più etica, che accoglie la diversità attraverso economie a tutela della vita in tutte le sue forme. Se la gerarchia delle vite è il primo dispositivo di esclusione, oltre l’orizzonte l’antispecismo diventa una lente per riconoscere le stesse logiche di oppressione che attraversano i nostri corpi. Le istanze antispeciste e queer possono unirsi e ridisegnare il profilo eterocisnormato e antropocentrico dell’esistente. Immaginiamo un’alleanza che rifiuti la verticalità del potere e affermi un’etica di coabitazione radicale: un’unica pratica di liberazione totale che attraversa corpi, specie e mondi, senza escludere chi non ha voce.
Siamo qui per chi oggi resiste, per le persone che ancora non riescono a immaginarsi libere, per quelle che continuano a essere colpite dal silenzio. La decima marea del Pavia Pride è la memoria viva di chi ha aperto la strada e la promessa indissolubile per chi verrà dopo. Andare oltre l’orizzonte significa questo: non accontentarsi di sopravvivere, ma pretendere di fiorire pienamente. Finché nessuna persona verrà più lasciata indietro.
